Gli àscari (dall'arabo ʿ عسكر ʿaskar, "soldati", da cui 'askarī, "soldato"[1]) erano militi indigeni dell'Africa Orientale Italiana, inquadrati come componenti regolari del Regio Corpo Truppe Coloniali, le forze coloniali italiane in Africa.
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Il nome del corpo militare trae origine da un folto gruppo di mercenari, l'Armata Hassan più nota col nome turco di Basci Buzuk ("teste matte"). Questa banda armata era stata fondata in Eritrea da Sangiak Hassan, un avventuriero albanese che intendeva mettersi al servizio dei signorotti locali.
Nel 1885 il colonnello Tancredi Saletta, capo del primo Corpo di spedizione italiana in Africa Orientale, comprò i Basci Buzuk, armi, mogli e figli compresi. Vennero inquadrati come regolari nel 1887 dal generale Antonio Baldissera, alle dipendenze del ministero delle Colonie. Gli indigeni componevano la sola bassa forza, i quadri erano italiani. Nel 1889, con la costituzione dei primi 4 battaglioni eritrei, i basci-buzuk furono ribattezzati con l'appellativo di "ascari".
Gli ascari erano reclutati all'origine in Eritrea e Arabia del sud. Indossavano una divisa con fez rosso e fascia con i colori del battaglione. Erano organizzati in plotoni, compagnie e battaglioni. Per essere arruolati bisognava superare una prova di marcia di circa 60 km. La loro disciplina era molto rigida, specie se impartita dai propri graduati detti Sciumbasci i quali largheggiavano nell'uso del curbasch, uno scudiscio in pelle d'ippopotamo. I reparti di basci-buzuk erano costituiti in orde (la parola orda deriva dal termine turco che significa "esercito"), una sorta di compagnia, e dai buluc, che erano una sorta di plotoni. Già durante l'occupazione egiziana, a Massaua vi erano due orde: una interna, che raggruppava gli uomini più validi, destinata ai servizi sussidiari di polizia, ed una esterna (circa 500 uomini), destinata ai cosiddetti "servizi di campagna", in sostegno alle truppe italiane.
Dapprima fanteria leggera, dal 1922 ebbero unità con autoblindo e reparti cammellati, i meharisti. Anche in Libia furono costituiti reparti di ascari che però, durante la repressione della rivolta senussita (1923-1931), furono sciolti a causa dei frequenti episodi di ribellione.
Il soldo degli ascari, all'epoca della Battaglia di Adua (1896) era pari ad una lira e mezza al giorno. L'Eritrea fornì il più elevato numero di ascari, che finirono col diventare il maggiore "prodotto" della colonia: nel 1935 era impegnato militarmente il 40% della popolazione maschile maggiorenne.
Il 1 luglio del 2004 sotto l’Alto Patronato del Ministro degli Affari Esteri e del Ministero degli Affari Esteri dello Stato dell’Eritrea, si è inaugurata, presso la Casa degli Italiani di Asmara, una mostra dedicata agli Ascari Eritrei[2].
Protagonisti di quasi tutte le battaglie legate alla conquista dell'Eritrea ed in particolare della battaglia di Coatit, gli ascari parteciparono a tutti gli scontri della guerra di Abissinia; il Quarto battaglione, comandato dal maggiore Pietro Toselli fu interamente annientato all'Amba Alagi; truppe ascari furono poi largamente impiegate nell'assedio di Macallè e quindi nella battaglia di Adua. Ad Adua gli ascari erano in tutto poco più di 4.000 e ne morirono un migliaio, mentre altri mille furono feriti e 800 fatti prigionieri. Di questi, solo gli ascari di provenienza tigrina vennero mutilati della mano sinistra e del piede destro. A volere questa punizione, secondo alcuni, fu la "sanguinaria" imperatrice Taitù, secondo altri l'abuna Matteos, che impose l'applicazione della legge del Fetha Nagast.
Vennero invece risparmiati gli ascari sudanesi, somali, dancali e musulmani della costa: gli abissini considerarono i tigrini disertori e li punirono. Ai 406 mutilati che tornarono in Eritrea vennero conferite 1.000 lire come pensione vitalizia. A partire dal 1932 furono impiegati in Libia per mantenere l'ordine nella nuova colonia. Furono nel 1935 protagonisti della guerra in Etiopia dove furono impegnati 60.000 ascari eritrei e dal 1940 contro i britannici.
Ascari in genere era riferito solo alle truppe di fanteria, ma fu una definizione estesa, soprattutto dai giornalisti, anche agli Spais o Spahis,[3] truppe coloniali di cavalleria.
Il loro comportamento nell'assedio dell'Amba Alagi del 1941 merita di essere ricordato. Quando infatti il Duca d'Aosta, Viceré d'Etiopia, autorizzò la loro smobilitazione e il loro ritorno a casa per evitare una dura detenzione da parte britannica e la minaccia britannica di rappresaglia contro le loro famiglie, vista l'imminenza del totale esaurimento delle munizioni, quasi tutti gli ascari - salvo sporadici casi - preferirono rimanere accanto ai loro ufficiali, combattendo strenuamente fino alla inevitabile resa finale.
Nel 1940 nel Regio Esercito erano presenti 256.000 ascari nell'Africa Orientale Italiana, di questi 182.000 erano stati reclutati nell'Africa Orientale Italiana e 74.000 in Libia. In generale nei combattimenti della seconda guerra mondiale gli ascari eritrei erano poco propensi ad arrendersi anche quando isolati e messi alle strette, combattendo con coraggio e determinazione spesso fino all'esaurimento delle munizioni.
A partire dal 1950 il governo italiano ha concesso agli ascari una pensione pari a 100 euro l'anno (200 euro per gli invalidi)[4], pensione che non è reversibile perché molti di essi hanno più di una moglie.
Ancora oggi i superstiti si recano nelle ambasciate italiane per ritirare il loro sussidio; nel 1993 risultavano ancora viventi in Eritrea circa 1100 ascari, nel 2006 ne erano rimasti circa 260. Un ascari vive in Italia.
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