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| Le troiane | |
|---|---|
| Tragedia | |
| Astianatte viene precipitato dalle mura di Troia | |
| Autore | Euripide |
| Titolo originale | Τρώαδες |
| Lingua originale | greco antico |
| Fonti letterarie | Iliade di Omero |
| Ambientazione | Accampamento greco davanti a Troia |
| Prima assoluta | 415 a.C. Teatro di Dioniso, Atene |
| Personaggi | |
Le troiane, o Le troadi (Τρώαδες in lingua originale), è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta nel 415 a.C. L'opera venne messa in scena nell'ambito di una trilogia legata alla guerra di Troia, di cui facevano parte anche le tragedie Alessandro e Palamede (oggi perdute). Alla fine della trilogia venne rappresentato anche il dramma satiresco Sisifo (anch'esso perduto).
Indice |
La città di Troia, dopo una lunga guerra, è infine caduta. Gli uomini troiani sono stati uccisi, mentre le donne devono essere assegnate come schiave ai vincitori. Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo. Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo nuovo padrone una volta tornati in Grecia,[1] ed il lungo viaggio che Odisseo dovrà subire prima di rivedere Itaca.[2] Andromaca subisce una sorte ancor più terribile, poiché i greci decidono di precipitare dalle mura di Troia Astianatte, il figlio che la donna aveva avuto da Ettore, per evitare che un giorno il bambino possa vendicare il padre e per porre fine alla stirpe troiana. Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario, per stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra. Elena si difende ricordando il giudizio di Paride e l’intervento di Afrodite, ma Ecuba svela infine la colpevole responsabilità della donna, fuggita con Paride perché attratta dal lusso e dall’adulterio. Alla fine, il corpicino di Astianatte viene riconsegnato ad Ecuba per il rito funebre, Troia viene data alle fiamme, e le prigioniere vengono portate via mentre salutano per l’ultima volta la loro città.
In tutto il dramma la presenza viva ed acuta del dolore si congiunge con la convinzione dell'eroicità della sventura di fronte alla vittoria dei distruttori. Tale vittoria è però solo apparente, poiché ognuna delle protagoniste dell’opera trova il modo di reagire, a proprio modo, alla tremenda sventura che le ha colpite. I vincitori, invece, che sono poi alcuni dei più grandi eroi della mitologia greca, si comportano solo come insensati aguzzini, capaci della più bruta barbarie senza la minima remora. Le donne troiane insomma hanno perso tutto, ma non la loro dignità umana, che invece gli spietati soldati greci sembrano non aver mai posseduto.
L’opera, come anche l’Elena e le Supplici dello stesso autore, è venata da un evidente antimilitarismo. Troia è caduta, gli uomini sono stati uccisi e alle donne troiane si apre la prospettiva di trascorrere nella schiavitù il resto dei loro giorni. Tutto insomma è già avvenuto, e niente resta a parte i morti e il dolore dei sopravvissuti. Risulta evidente la centralità del punto di vista dei vinti e non dei vincitori: questo tipo di prospettiva (già adottato da Eschilo nei Persiani) evidenzia non tanto l’eroismo di chi vince, quanto la disperazione dei vinti, con lo scopo di gettare luce sulle sofferenze portate dai conflitti armati.
C’è però un fatto che differenzia le Troiane dalle altre tragedie antimilitariste di Euripide: l’opera non è una generica condanna della guerra, ma fa riferimento ad un preciso atto bellico compiuto da Atene pochi mesi prima della rappresentazione della tragedia. Nel 416 a.C., in piena guerra del Peloponneso, Atene aveva chiesto all’isola di Melo (oggi Milo) di aderire alla lega delio-attica, sottomettendosi così alla dominazione ateniese. I meli avevano rifiutato, perché erano una colonia spartana e perché erano indipendenti da 800 anni. Avevano però offerto ad Atene la loro neutralità nella guerra e la possibilità di intrecciare rapporti di amicizia. Gli ateniesi, temendo che un atteggiamento troppo morbido verso Melo potesse dare un’impressione di debolezza alle poleis alleate e nemiche, avevano infine attaccato l’isola, passando per le armi i suoi uomini e vendendo come schiavi le donne e i bambini.[3] Il sacco di Melo aveva sconvolto la coscienza civica ateniese e generato numerosi interrogativi. Pochi mesi dopo, Euripide mette in scena, davanti agli stessi autori di quell’atto,[4] un’opera che ripropone la stessa situazione che si era creata a Melo: tutti gli uomini sono stati uccisi, e le donne e i bambini vengono ridotti in schiavitù. Al tragediografo va riconosciuto il coraggio di aver rappresentato un’opera che criticava in maniera chiara e molto dura lo spietato imperialismo della sua città.