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Francesco Borromini

                   
  Francesco Borromini, anonimo ritratto giovanile

Francesco Borromini, nato col nome di Francesco Castelli (Bissone, 25 settembre 1599Roma, 3 agosto 1667), è stato un architetto svizzero-italiano, tra i principali esponenti dell'architettura barocca[1].

Indice

  Biografia

  L'apprendistato a Milano

Francesco nacque nell'attuale canton Ticino, da Giovanni Domenico Castelli, capomastro, ed Anastasia Garvo o Garovo, assumerà il cognome Borromini derivato da Brumino, casata del secondo marito della nonna e diventato un soprannome anche del padre, a partire dal 1628, già a Roma, forse per distinguerlo dai numerosi artisti luganesi di nome Castelli[2]. Iniziata la carriera di intagliatore di pietre, forse nel cantiere del Santuario di Saronno, si trasferì ancora giovane a Milano presso lo zio materno con il quale cominciò il proprio apprendistato nella grande fabbrica del Duomo di Milano allora diretta dall'architetto Francesco Maria Ricchino, formandosi nell'orbita di Giovanni Andrea Biffi. Da tale periodo di formazione durato dal 1608 al 1614, Borromini derivò un insolito interesse per l'architettura gotica ed alcuni elementi compositivi derivati dalle opere di Ricchino riscontrati nelle sue prime opere architettoniche.

  Lo scalone di Palazzo Barberini a Roma

  La prima attività a Roma

Al suo arrivo a Roma, documentato almeno dal 13 aprile 1619, troviamo al cognome Castelli l'aggiunta del nome Boromino o Boromini, interpretato da alcuni come un omaggio alla famosa famiglia Borromeo, oppure, secondo altri, per la sua profonda devozione a San Carlo Borromeo[3]. Lavorò fino al 1626 come scalpellino, disegnatore d'inferriate e rinettatore di cere nella fabbrica di San Pietro; trovò ospitalità presso un parente della madre, Leone Garovo capomastro scalpellino sotto Carlo Maderno[4], nel cantiere petrino. Il 2 novembre 1621 acquisì per una spesa complessiva di 155 scudi vari effetti lasciati dal defunto Leone, tra cui diversi marmi che usò per costituire una compagnia per il commercio di marmi e pietre con i lapicidi Bernardino Daria di Pellio Inferiore e Gerolamo Novi di Lanzo d'Intelvi, già soci del Garovo.

Nel periodo dal 1620 al 1621 come scalpellino realizzò la decorazione della loggia del pilone della Veronica (sud-ovest), alcuni volti di cherubini dell'altare di San Leone e sopra le porte della cappella del Sacramento in San Pietro, eseguì lavori al basamento della Pietà di Michelangelo, le inferriate del coro e della stessa cappella del Sacramento. Cominciò a firmarsi definitivamente Francesco Borromini dal 1629 alla morte di Carlo Maderno, suo lontano parente per parte di madre, per il quale dal marzo 1621 iniziò a lavorare come primo assistente in Sant'Andrea della Valle fino al 1623; a lui si riconducono gli angeli ad ali aperte che sulla lanterna sostituiscono i capitelli per le colonne binate. Nel luglio 1623 fece lavori in travertino per il palazzo del Monte di Pietà.

"Grazie a tutti per questa grande opportunità di condividere le mie conoscenze con gli altri". (F. Borromini)[5]

  Il baldacchino in San Pietro

A questa attività va collegato il suo ruolo nel contesto dell'impresa del Baldacchino di San Pietro (1624-1629); il suo compito consisté nell'allestimento delle basi (realizzate nel 1627) e nella ideazione e modellazione dei relativi ornati, oltre che nella supervisione della decorazione scultorea; in seguito si estese fino alle soluzioni architettoniche (ricevute e disegni sono di recente scoperta) che si estesero sugli anni fino al 1631-1633, in collaborazione e rivalità con Gian Lorenzo Bernini. Al 1631 risalgono pagamenti relativi a disegni in grande di tutte le centine, piante, cornici, fogliami ed altri intagli destinati al baldacchino.

Lungo gli anni venti, sempre accanto al Maderno, al Bernini e a Pietro da Cortona risalgono le sue primizie architettoniche a Palazzo Barberini

Alla morte del Maderno le sue attese di essere nominato architetto delle fabbriche portate avanti da questi, vennero frustrate con la nomina a tale ruolo di Gian Lorenzo Bernini il quale, acerbo allora di architettura, lo confermò quale primo assistente, delegandogli di fatto la resa progettuale e strutturale delle proprie idee e disegni, collaborazione che possiamo ammirare nel corpus di disegni relativi al citato Palazzo Barberini, in cui si osserva la stretta simbiosi tra i due, pur riuscendo sempre a identificare l'opera dell'uno e dell'altro. Capolavoro in questo palazzo è l'elegante scalone elicoidale, in cui l'esempio di Jacopo Barozzi da Vignola nel Palazzo Farnese di Caprarola e di Ottaviano Mascherino nel Palazzo del Quirinale viene sviluppato con un nuovo virtuosismo formale, riscontrabile in particolari quali lo schiacciamento della balaustrata nella sua progressione verso l'alto.

Al 1629 risale un suo intervento nella progettazione degli angoli smussati della cappella maderniana del Sacramento nella basilica di San Paolo fuori le mura. Nel 1632 fu nominato architetto della Sapienza (su proposta del Bernini, forse intesa ad allontanare un pericoloso rivale). Nel 1634 si vide accogliere da parte del sodalizio dei Piceni l'offerta di presentazione gratuita per la chiesa romana della Madonna di Loreto, inoltrata l'anno prima.

  La realizzazione del San Carlino alle Quattro Fontane

  La cupola di San Carlino

Nello stesso anno l'ordine rigoroso dei Trinitari scalzi gli affidò il suo primo lavoro personale, grazie ai buoni uffici del cardinale Francesco Barberini: il progetto della propria sede centrale e dell'annessa chiesa, dedicata a San Carlo Borromeo. La realizzazione della chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane fu il primo grande capolavoro di Borromini. Il convento fu organizzato intorno ad un minuscolo chiostro di forma rettangolare con angoli smussati mediante segmenti leggermente convessi e fu realizzato dal 1634 al 1636 per quanto riguarda le celle, il refettorio e la biblioteca. La chiesa fu completata nel 1642, tranne la facciata che rimase incompiuta fino al 1665 e fu terminata solo nel 1677, dieci anni dopo la morte dell'artista, dal nipote Bernardo Castelli in modo sostanzialmente fedele al modello originale.

La piccola chiesa venne edificata con una pianta complessa, ideata intorno a forme triangolari[6], aprendo quattro grandi nicchie attorno al setto murario in modo da creare un continuo e ondulato trapasso tra superfici concave e convesse; la cupola ovale fu rivestita con cassettoni di varie forme che rimpiccioliscono verso il centro in modo da aumentare l'impressione di altezza. È arretrata rispetto al cornicione decorato da una corona fiammeggiante, il che la fa apparire come non poggiante sull'architettura sottostante, enfatizzando la simbologia di "cielo". L'ambiente è illuminato da una luce diffusa proveniente sia dalla lanterna che da finestre aperte sul tamburo, nascoste all'interno dal fregio in stucco sopra l'imposta della cupola. L'eccezionale complessità strutturale è vista come un virtuosistico tentativo di rinnovare la tradizione imparata sul cantiere con riferimento a soluzioni adottate dal Richino per la chiesa di San Giuseppe a Milano.

  Facciata di San Carlino

  L'oratorio dei Filippini

Tra il 1632 e il 1637 lavorò alla galleria di palazzo Spada; nello stesso anno vinse il concorso per l'Oratorio dei Filippini, che l'occupò tra il 1637 e il 1640 alla Casa professa e nella cui facciata alla convessità della campata centrale dell'ordine inferiore corrisponde nell'ordine superiore la concavità della nicchia, di derivazione bramantesca: uno dei progetti più innovativi della sua produzione, sia nell'uso variato dei materiali, sia nella funzionalitä degli interni, sia nelle soluzioni di raccordo urbanistico. Ne resta precisa documentazione nell'Opus architectonicum, scritto tra il 1648 e il 1656 (ma stampato solo nel 1725) da padre Virgilio Spada, suo amico e collaboratore. Nel 1640 l'oratorio venne benedetto; i lavori ripresero, dopo una lunga interruzione per mancanza di mezzi finanziari, solo nel 1647. Infine nel febbraio del 1650 abbandonò il cantiere per dissensi sul compenso, nel 1652 fu sostituito da Carlo Rainaldi e poi da Camillo Arcucci che nel 1665 aggiunse i mezzanini laterali alle volute, attenuando l'effetto scenografico pensato all'origine.

  Altre opere

Contemporaneamente dal 1628 al 1639 l'architetto lavorò per opere di decorazione alla cappella della Trinità nella chiesa agostiniana di Santa Lucia in Selci su incarico di suor Clarice Vittoria Landi. Su commissione della famiglia Filomarino nel 1639 eseguì il disegno per l'altare della cappella dell'Annunziata nella chiesa dei Santi Apostoli in marmo bianco, eseguito per lo più a Roma e ultimato a Napoli nel 1647. Tra il 1638 e il 1643 fornì disegni per l'ampliamento del palazzo Vaini, vicino alla Fontana di Trevi (mai portato a compimento) acquistato dal conte Ambrogio Carpegna; alla sua morte nel 1643 il fratello, cardinale Ulderico, si limitò a recepire alcuni elementi borrominiani, concludendo la ristrutturazione del palazzo in forma più modesta. A partire dal 1642 produsse i primi disegni per il monumento Merlini in Santa Maria Maggiore e iniziò i lavori per la cappella Falconieri in San Giovanni dei Fiorentini, già iniziata da Pietro da Cortona. L'attuale abside verrà poi da lui realizzata sul medesimo tema ma in maniera formale totalmente diversa negli anni sessanta del Seicento con l'aggiunta del gruppo scultoreo di Antonio Raggi.

  il Palazzo di Propaganda Fide in una stampa di Giuseppe Vasi

Nello stesso anno fu incaricato da Camilla Virginia Farnese di progettare il convento di clausura delle oblate agostiniane. Allo stato di progetto sono rimaste le idee per la chiesa mai realizzata di San Giovanni di Dio voluta dai padri Fatebenefratelli. Nel 1643 fornì una consulenza alla Congregazione de Propaganda Fide; alla metà del decennio si collocano i lavori di sistemazione (prospetto sul Teveree l'adeguamento della facciata, decorazione di alcuni ambienti interni) di palazzo Falconieri. Nel 1638 Orazio Falconieri, della nobile famiglia fiorentina, gli affidò l'incarico a di ampliarlo, portandolo da 8 a 11 campate. Ai lati della facciata su via Giulia sono presenti due grandi erme barocche con busti femminei e teste di falco poste come lesene o cariatidi e che presumibilmente sono opera sua almeno in parte; sul prospetto che affaccia sul fiume è invece interessante la loggia composta di tre arcate a tutto sesto del 1646; all'interno di grande pregio sono il grande scalone e gli stucchi dei soffitti.

Seguirono i progetti per la decorazione dell'abside e per il ciborio di Santa Maria a Cappella Nuova a Napoli, e a San Martino al Cimino quelli per la porta Romana e per il tracciato delle mura dal 1646 al 1652. Al 1645 risale il suo parere negativo, che contribuî alla decisione di demolire il manufatto, espresso sulla stabilità del campanile di San Pietro, progettato dal Bernini.

  La chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza

L'incarico di architetto della Sapienza, se pur ufficializzato fin dal 1634, si concreta solo nel 1642, allorché realizzò la facciata su piazza Sant'Eustachio e l'aula della Biblioteca Alessandrina. L'anno successivo avviò i lavori a Sant'Ivo alla Sapienza, la chiesa annessa all'antico studio romano diventato poi università; il cantiere della chiesa di Sant'Ivo si concluse nel 1662 con l'esecuzione degli stucchi interni; un rallentamento dei lavori si ebbe a partire dal 1644 quando il nuovo papa Innocenzo X, apertamente a lui favorevole, lo impiegò in diversi lavori legati alla celebrazione dell'Anno Santo del 1650. La pianta stellare, formata dall'unione di due triangoli equilateri, deriva dall'integrazione del progetto originale di Giacomo Della Porta con gli studi di architettura antica tratti principalmente da Giovan Battista Montano. Intelligentemente Borromini integra nella pianta lo studio relativo all'ape allora portato avanti da diversi studiosi in omaggio all'emblema della famiglia Barberini.

  Sant'Ivo alla Sapienza, cortile e facciata

All'interno il fluire concavo e convesso delle pareti viene interrotto da angoli vivi e segmenti rettilinei. La cupola, innestata direttamente sui muri perimetrali, segue il ritmo delle sporgenze e rientranze del setto murario, in modo da accelerare dinamicamente la sensazione di elevazione verticale della cupola. All'esterno la cupola è coperta da un tamburo convesso e si conclude su un'alta lanterna con un coronamento a spirale, cioè un ideale percorso ascensionale; tutti elementi ripresi nella costruzione del tiburio e del campanile della Basilica di Sant'Andrea delle Fratte. Il 26 luglio 1652 per tutti questi insigni lavori papa Innocenzo X lo rimunerò con le insegne dell'Ordine di Cristo.[7] Nel 1644 iniziò gli sfortunati lavori del tempio di Santa Maria dei Sette Dolori, interrotti nel 1646 e ripresi, ormai affidati ad altri, alla fine degli anni cinquanta.

  Il restauro della basilica di San Giovanni in Laterano

Sempre nel 1644 fu incaricato da Innocenzo X, in vista dell'anno santo del 1650, di preparare diversi progetti per il rifacimento (o propriamente restauro) della basilica di San Giovanni in Laterano: un compito caratterizzato dalla esplicita volontà papale di conservare la facies, anche muraria, dell'antica basilica. Vista la concorrenza di Vincenzo della Greca, presentò tre soluzioni alternative: il papa scelse la più riccamente decorata. Egli avrebbe voluto coprire la navata con una volta[8], tuttavia, completato il lavoro sulla navata centrale nel 1648, non riuscì a realizzare interamente il progetto e dovette escogitare in corso d'opera soluzioni di ripiego, in quanto il papa aveva deciso di conservare ad ogni costo il cinquecentesco soffitto ligneo a cassettoni sulla navata, ritenendolo opera di Michelangelo. Anche la facciata rimase incompiuta (quella attuale non è borrominiana). Non volendo abbattere le antiche strutture murarie per non cancellare, come si era fatto a San Pietro le testimonianze costantiniane, il Papa, su probabile suggerimento di Virgilio Spada, impose a Borromini il rispetto non solo formale, ma anche materiale delle antiche murature. Borromini ingabbiò allora le precedenti rovinatissime colonne a due a due entro grandi pilastri. Racchiudendo le vecchie pareti in muri doppi aperti da finestre ovali, nella navata principale pose nicchie incurvate verso l'esterno e le racchiuse tra i pilastri, mentre le navate laterali furono coperte con vari tipi di volte a botte e ribassate con cupolette. Per salvare le lapidi e le memorie medievali e rinascimentali egli operò nel successivo pontificato di Alessandro VII un capillare lavoro di smontaggio dei monumenti antichi, inserendo gli elementi caratterizzanti dei primi in monumenti commemorativi da lui creati.

  Il palazzo di Propaganda Fide e la chiesa di Sant'Agnese in Agone

Dal 1646 il Borromini fu nominato architetto della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, che gli commissionò il palazzo omonimo: opera tra le più impegnative del suo intero percorso artistico, destinata a protrarsi fin dentro gli anni sessanta (la cappella dei Re Magi è degli anni 1660-1664); realizzò la facciata del Collegio di Propaganda Fide, con finestre inquadrate da modanature plastiche e colonne di ordine gigante. Per l'annessa cappella dei Re Magi disegnò una volta ribassata percorsa da larghe costole a rilievo che si incrociano diagonalmente inquadrando un esagono con l'emblema dello Spirito Santo, demolendo la precedente cappella, uno fra i primi lavori di Bernini, abitante proprio nel palazzo di fronte. Tuttavia ancora nel 1646 subî uno smacco: i Pamphili (per cui contemporaneamente progettò un casino nella villa di San Pancrazio) scelsero il progetto di Carlo Rainaldi, a preferenza di quelli borrominiani per il loro palazzo di Piazza Navona, affidandogli solo la galleria nord, decorata dagli affreschi di Pietro da Cortona, e il salone di raccordo tra i due cortili.

Il favore incontrato presso Innocenzo X (che il 26 luglio 1652 lo nominò cavaliere dell'Ordine di Cristo) gli aprì le porte per altri incarichi: dal 1644 al 1652 un corpo di fabbrica (non compiuto secondo l'originario progetto che prevedeva anche una rotonda non eseguita) contiguo alla Chiesa di Santa Maria in Vallicella e nel 1653 l'assunzione del cantiere della chiesa di Sant'Agnese in Piazza Navona, incarico da cui fu sollevato nel 1657 dopo la morte del papa e un parziale crollo dell'edificio, fatti avvenuti due anni prima, per cui perse il suo lavoro prima che esso fosse terminato. Il nuovo papa, Alessandro VII, e il principe Camillo Pamphili richiamarono Carlo Rainaldi, che portò a termine i lavori senza però apportare modifiche sostanziali al progetto borrominiano.

  Chiesa di Sant'Agnese in Agone

A Sant'Agnese in Agone capovolse il progetto originario di Girolamo Rainaldi (e di suo figlio Carlo Rainaldi), che prevedeva l'ingresso principale in Via di Santa Maria dell'Anima. La facciata fu ampliata per includere alcune parti dell'attiguo palazzo Pamphili, guadagnando così dello spazio per le due torri campanarie, ciascuna delle quali ha un orologio, come in San Pietro: uno per l'ora di Roma, l'altro per il tempo ultramontano, ossia l'ora europea. Inoltre trasformò la pianta da una croce greca in un ottagono sfondato da cappelle alternate a larghi pilastri; su un alto tamburo si innesta la cupola. La chiesa nel suo complesso si viene impostando come una serie di strutture con valori opposti che si bilanciano tra di loro: alla facciata concava fa da contrappeso la convessità del tamburo e della cupola, mentre all'espansione orizzontale data dalla facciata fanno da contrappeso gli elementi che si slanciano in verticale: i due campanili e la cupola.

  Nuovi incarichi, dissapori e fine violenta

In quelli stessi anni, tra il 1650 e il 1657 intervenne in palazzo Giustiniani in via della Dogana Vecchia e fornì disegni per la mensa dell'altare maggiore e per il ciborio della chiesa di San Paolo Maggiore a Bologna e per un altare destinato alla chiesa di Santa Maria dell'Angelo a Faenza; il progetto per la Chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori gli fu affidato e tuttavia dovette interrompere i lavori nel 1655 per mancanza di fondi: il complesso si presenta con una facciata incompiuta in mattoni grezzi, articolata su linee concave e convesse; il corpo della chiesa, disposto lungo un asse parallelo alla facciata, ne occupa la metà sinistra. Il portone da accesso ad un vestibolo a pianta centrale dalla pianta centrale mistilinea ispirata ad alcuni ambienti della Villa Adriana a Tivoli. La chiesa ha invece una pianta rettangolare ad angoli smussati, con due piccole rientranze semiellittiche sulla metà a formare un atrofizzato transetto; singolare è la forma dell'altare maggiore, sormontato da due volute.

Progettò per conto della famiglia Del Bufalo la cupola di Sant'Andrea delle Fratte a Roma (dopo il 1653), rimasta incompiuta all'altezza del cornicione. All'inizio del settimo decennio progettò la cappella Spada nella chiesa di Santa Maria della Carità (Roma), l'ampliamento del convento annesso alla Chiesa di Sant'Agostino (Roma), la copertura della Chiesa di San Giovanni in Oleo (del cui battistero si era interessato fin dal 1657), e intervenne in palazzo Spada (poi Banco di Santo Spirito) a Monte Giordano nel 1661. Qui creò il capolavoro di trompe-l'oeil della falsa prospettiva, nell'androne dell'accesso al cortile, in cui la sequenza di colonne di altezza decrescente ed il pavimento che si alza, generano l'illusione ottica di una galleria lunga 37 metri (mentre è solo di 8) con una scultura, in un giardino in fondo illuminata dal sole, che sembra a grandezza naturale mentre in realtà è alta solo 60 centimetri: per creare la sua falsa prospettiva fu aiutato dal matematico Padre Giovanni Maria da Bitonto.

  Villa Falconieri

Oltre a quello con gli Spada, fu forte in quegli anni il legame con la famiglia Falconieri: in aggiunta ai lavori già da tempo in corso per la cappella famigliare nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, verso il 1665 ricevette il compito degli adattamenti della villa Falconieri a Frascati.

Nell'estate del 1667, Borromini, che soffriva di disturbi nervosi e di depressione, si gettò sulla propria spada, prima di portare a termine la cappella Falconieri (la cappella principale) nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, dove, per sua volontà, venne sepolto nella tomba di famiglia di Carlo Maderno. Dopo due giorni morì, era il 3 agosto del 1667, dopo aver dettato il testamento e aver ricevuto i sacramenti[9]. Nel 1994 lo scrittore Leros Pittoni, monsignor Mario Canciani, rettore della chiesa e l'ambasciatore svizzero a Roma Francis Pianca hanno posto alla base d'un pilastro della chiesa una lapide che ne onora l'opera e la memoria:

« FRANCISCVS BORROMINI TICINENSIS

EQVES CHRISTI
QVI
IMPERITVRAE MEMORIAE ARCHITECTVS
DIVINAM ARTIS SVAE VIM
AD ROMAM MAGNIFICIS AEDIFICIIS EXORNANDAM VERTIT
IN QVIBUS
ORATORIVM PHILLIPINVM S. IVO S. AGNES IN AGONE
INSTAVRATA LATERANENSIS ARCHIBASILICA
S. ANDREAS DELLE FRATTE NVNCVPATVM
S. CAROLVS IN QVIRINALI
AEDES DE PROPADANDA FIDE
HOC AVTEM IPSVM TEMPLVM
ARA MAXIMA DECORAVIT
NON LONGE AB HOC LAPIDE
PROPE MORTALES CAROLI MADERNI EXVVIAS
PROPINQVI MVNICIPIS ET AEMVLI SVI

IN PACE DOMINI QVIESCIT »
  Francesco Borromini

Karl Baedeker nel 1883 nella Guide of Central Italy racconta:

« Maderno con Borromini e Carlo Fontana erano i leader di una banda di artisti che cospirarono per strappare l'architettura dal suo tranquillo riposo (...) che sostituirono con una turbolenta irrequietezza. »

L'effigie di Francesco Borromini è stata riprodotta sulla banconota da 100 Franchi svizzeri negli anni ottanta del XX secolo.

  Opere principali

  Palazzo Giustiniani

  Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo del Cristo
— Roma, 1652

  Note

  1. ^ Francesco Borromini sul Dizionario storico della Svizzera
  2. ^ Francesco Borromini
  3. ^ Nel dialetto locale "borrometa" designa un venditore ambulante di termometri e barometri.
  4. ^ Carlo Maderno sul Dizionario storico della Svizzera
  5. ^ D'Onofrio, 1968, ad indicem.
  6. ^ Edoardo Villata, Francesco Borromini, in Giorgio Mollisi, Svizzeri a Roma nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, Edizioni Ticino Management, anno 8, numero 35, settembre-ottobre 2007, Lugano 2007, 146-155.
  7. ^ Emilio Motta, Effemeridi ticinesi, ristampa Edizioni Metà Luna, Giubiasco 1991, 65.
  8. ^ C. Norberg - Schulz, Architettura Barocca, Martellago (Venezia), Electa, 1998, p. 125.
  9. ^ Giovanni Battista Passeri, nelle citate Vite de pittori, scultori ed architetti che anno lavorato in Roma, morti dal 1641 fino al 1673, Roma 1772, p. 388, così ne descrive la fine:
    « Finalmente nel mese di Luglio dell'anno 1667 diede in qualche indisposizione e fu necessitato trattenersi in casa ed in letto per l'infermità che lo aggravava. Fu assalito da una febbre, che diede segni di qualche violenza, e malignità, e lo tenne in travagli alcuni giorni; si rese sì gagliardo il male, che lo fece traboccare in delirio, dal quale fu trasportato a segno che uscendo furioso così in camiscia dal letto, e dando di mano ad una spada, che per sua disgrazia teneva in casa, sfoderandola se la cacciò nel petto, dalla qual ferita malconcio fu riportato nel letto, e dopo pochi giorni, cioè li due Agosto seguente, se ne morì con estremo dispiacere di chi amava le sue buone qualità e il capriccio del fuo ingegno. Fu sepolto nella Chiesa di San Giovanni de' Fiorentini, dentro la sepoltura medesima di Carlo Maderni, avendo lasciato alla figlia di detto Maderni cento doble per ragione di detta sepoltura, nella quale si compiacque di esser deposto, tirato dall'amore della parentela e della sua professione. »


  Bibliografia

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