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| Taranta Peligna comune |
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| Dati amministrativi | |||||
| Stato | |||||
| Regione | |||||
| Provincia | |||||
| Sindaco | Marcello Di Martino (lista civica Taranta Democratica) dal 08/06/2009 | ||||
| Territorio | |||||
| Coordinate | 42°1′0″N 14°10′0″E / 42.01667°N 14.16667°ECoordinate: 42°1′0″N 14°10′0″E / 42.01667°N 14.16667°E | ||||
| Altitudine | 460 m s.l.m. | ||||
| Superficie | 21 km² | ||||
| Abitanti | 425[1] (31-12-2010) | ||||
| Densità | 20,24 ab./km² | ||||
| Frazioni | Ortole | ||||
| Comuni confinanti | Pacentro, Lama dei Peligni, Colledimacine, Lettopalena, Palena | ||||
| Altre informazioni | |||||
| Cod. postale | 66018 | ||||
| Prefisso | 0872 | ||||
| Fuso orario | UTC+1 | ||||
| Codice ISTAT | 069089 | ||||
| Cod. catastale | L047 | ||||
| Targa | CH | ||||
| Cl. sismica | zona 1 (sismicità alta) | ||||
| Nome abitanti | tarantolesi | ||||
| Patrono | sant'Ubaldo | ||||
| Localizzazione | |||||
![]() Posizione del comune di Taranta Peligna all'interno della provincia di Chieti |
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| Sito istituzionale | |||||
| « ...e questo è il campanile di San Biagio, e questo è il fiume e questa è la mia casa. » | |
Taranta Peligna (la Taranta in dialetto locale; Tarantola sino al 1881) è un comune italiano di 425 abitanti della provincia di Chieti in Abruzzo. Il comune si estende dai 378 (fiume Aventino) ai 2646 metri (Monte Macellaro) sul livello del mare. Fa parte della Comunità Montana Aventino-Medio Sangro e del Parco Nazionale della Majella.
Indice |
Taranta Peligna sorge nella valle dell'alto corso del fiume Aventino, alle pendici della Majella orientale. Il centro urbano sorto inizialmente su Le Ripe del fiume, per poi espandersi in posizione più aperta sulla conoide detritica della valle. Nel territorio si trovano l'oasi fluviale delle Acquevive e la luggett, resti di un condotto scavato nella viva roccia.
Taranta Peligna risulta già abitata dalla preistoria come dimostra il ritrovamento di un'ascia di bronzo della prima metà del II millennio a.C. Nel XII secolo viene citata come Tarantam quando fu feudo di un milite gestito dalla famiglia Manerius de Palena sub feudatario di Boemondo, conte di Manoppello[3], mentre nel XIII secolo fu proprietà di Berardo di Acciano e di Enrico di Portella, invece, nel 1316 Niccolò di Acciano era proprietario di metà del centro abitato, in seguito compra una sesta parte da Roberto Morello e Berardo di Lama, poi, nel XV secolo il comune risulta feudo dei Caldora e nel XVIII secolo fu dei D'Aquino. Nel frattempo, negli anni 1308, 1324-1324 il paese viene citato in alcune decime dovute ad alcuni clerici e chiese,[4] mentre, nel 1568 viene ritrovata una pietra tombale con un'epigrafe in latino. In seguito, nel 1943, durante la seconda guerra mondiale il paese viene quasi del tutto distrutto dai tedeschi, questo causerà una grave emigrazione.[5]
Vari terremoti colpirono il paese, tra cui uno il 3 novembre 1706, evento che causò 100 vittime; uno nel 1915; un altro ancora nel 1933 quando la chiesa di San Biagio divenne pericolante ed, infine, uno il 1984. Inoltre, nel 1929 vi fu una piena dell'Aventino, quando il fiume distrusse molte case e ridisegnò il percorso del fiume stesso.[5]
In origine fu una cappelletta aperta al pubblico di proprietà della famiglia de Simeonibus. Successivamente una chiesetta che nel 1589 risultava danneggiata dall'umidità. Nel 1706 fu l'unica costruzione che restò indenne dal terremoto. Al primo Ottocento risale, con i duvuti rifacimenti, la chiesa attuale elevata a Santuario diocesano nel 1991. La chiesa, di grande devozione, sorge nella parte alta del paese a ridosso di un costone roccioso. L'interno è a navata unica e copertura in legno a due falde.[6]
Su una rupe, che precipita sul fiume Aventino, si eleva la chiesa parrocchiale dedicata a S. Nicola di Bari, le cui origini sono antecedenti al 1300. In essa sono conservate alcune tele del '600 e un pregevole quattrocentesco crocifisso su tavola, attribuito ad Antoniazzo Romano. La facciata è tripartita da lesene ed è strutturata a salienti, un orologio è posto nella sezione in alto a destra, mentre un portale è sito nella parte centrale, anch'esso è sito tra lesene, in più sopra vi è un timpano triangolare spezzato. Una scalinata a due rampe precede l'ingresso.[7]
La chiesa è del XVI secolo. Nel 1811 vengono realizzate delle decorazioni dell'edificio di culto. La facciata è molto povera, tuttavia è incorniciata da lesene che sorreggono il cornicione. Il portale è incorniciato dalla pietra, sopra di esso vi è una finestra anch'essa incorniciata. La facciata è dipinta di bianco, eccezion fatta per le lesene che sono dipinte di grigio e le parti in pietra che non sono intonacate. Il campanile è posto sulla parte sinistra della tettoia. Due finestre ad arco a tutto sesto ospitano una campana ciascuno, sopra vi è un timpano. L'interno della chiesa è a navata unica.[8]
La piccola chiesa, costruita nell'Ottocento, si eleva sulla roccia granitica della Rocchetta.
Al centro del paese si trovano le rovine della chiesa di S. Biagio (sec. XVI), di cui sono rimasti in piedi alcuni tratti delle mura, la zona absidale e la facciata in pietra, col grande portale che conserva i battenti lignei intagliati, recanti le figure dei Ss. Biagio e Rocco entro edicole, busti di Santi e Angeli; a sin. i resti della possente torre campanaria, eretta dal 1564 al 1616, come testimoniano due iscrizioni alla basa del campanile medesimo: un tempo a cinque piani, ne restano due, divisi da una cornice marcapiano.
Su uno sperone roccioso proteso come un balcone sul paese, si erge la cappelletta dedicata ai 55 caduti della Brigata Majella, una formazione partigiana unica nel suo genere ad essere stata fregiata di medaglia d'oro al valor militare pur non essendo una formazione militare. La formazione patriottica, sorta a Casoli nel dicembre del 1943, operò per la Resistenza in Abruzzo e in tutta l'avanzata della Liberazione, fino a Bologna e ad Asiago. Lo scioglimento avvenne a Brisighella il 15 luglio 1945.
Sito accanto alla chiesa di San Nicola, fu ricostruito dopo il terremoto del 1706. Il palazzo fu la residenza dei Malvezzi, famiglia di origine bolognese, sino al 1747 quando questo ramo ereditario si estinse. Il palazzo successivamente venne suddiviso tra vari proprietari sino al 1984, quando a seguito del terremoto venne acquisito dal Comune che provvide al suo restauro. Adibito oggi a sede di varie associazioni e manifestazioni culturali.
La Tagliata, l'antico nome della Valle di Taranta, è una grandiosa fenditura che incide profondamente per oltre sette chilometri il versante orientale della Majella. Ha origine alla Sella del Macellaro (2646 m), piccola depressione situata tra il M. Macellaro e la Grotta Canosa. La valle offre un meraviglioso ambiente naturale che annovera fenomeni carsici, rarità botaniche e fauna particolare. Vi si aprono numerose cavità come la grotta dell'Asino, del Bove e la grotta turistica del Cavallone, raggiungibile con un impianto funiviario. Molto frequentata nel periodo estivo è luogo ideale per l'escursionismo, il rifugio Macchia di Taranta (1703 m) facilita le escursioni per il Colle d'Acquaviva (2200 m), il Monte Macellaro (2646 m), l'Altare dello Stincone (2426 m) e il più lontano Monte Amaro (2793 m), la seconda cima più elevata dell'Appennino.
La Grotta del Cavallone si apre sullo strapiombo della parete rocciosa posta sul lato sinistro della Valle di Taranta a quota 1475 e si sviluppa per oltre 1400 metri. Ricca di formazioni concrezionali, offre visioni di grande suggestione. Dalla base l'apertura è simile ad un grosso nido di volatili; in realtà colpisce la grandiosità e l'imponenza dell'imbocco sulla fantastica parete. La grotta è costituita da una serie di condotti e di sale concrezionate, attrezzate per la visita turistica per circa 800 metri, la cui toponomastica è in gran parte regolata su personaggi della tragedia dannunziana La figlia di Iorio e da similitudini più o meno felici. È detta anche Grotta della figlia di Iorio in quanto Francesco Paolo Michetti, trasse ispirazione dall'antro d'ingresso per la scenografia del secondo atto della tragedia dannunziana che venne messa in scena al Teatro Lirico di Milano il 4 marzo 1904; e sull'onda del successo arriso all'opera del vate, la grotta richiamò numerosi visitatori ed eruditi, molti dei quali la descrissero con termini fantasiosi e ricchi di ispirate metafore.
La cavità è un riparo sotto roccia a quota 2604, tra la Valle di Femmina Morta e la Valle Cannella, ben visibile da lontano e punto di convergenza di alcuni itinerari per il Monte Amaro. I finitimi comuni di Taranta Peligna, Lama dei Peligni e Pacentro la scelsero come termine di confine dei rispettivi territori.
La Majella è un massiccio di chiara origine calcarea che "poggia", però, su terreno argilloso. La roccia calcarea è una roccia molto tenera che si lascia attraversare e modellare dall'acqua; la permeabilità all'acqua della roccia calcarea insieme alla presenza di argilla, premette la nascita, in diversi paesi del Parco Nazionale della Majella, di numerose sorgenti naturali, tra le quali le più caratteristiche sono sicuramente quelle del Parco Fluviale "Le Acquevive" posto ai piedi del paese di Taranta Peligna.
Abitanti censiti 
| Periodo | Primo cittadino | Partito | Carica | Note | |
|---|---|---|---|---|---|
| 2004 | 2009 | Nicola Angelucci | lista civica | Sindaco |
| 2009 | in carica | Marcello Di Martino | lista civica "Taranta Democratica" | Sindaco |
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